anglicanism in the uk

L’eresia anglicana è un culto politico

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C’è un motivo se tra le migliaia di sette protestanti la chiesa anglicana è, almeno nella sua forma esteriore, quella più simile alla Cattolicesimo romano.

Per comprenderlo, bisogna ricordare l’elemento costante della storia della riforma anglicana: lo scopo delle persecuzioni, delle confische e delle condanne non è mai stato quello di risolvere una disputa teologica, né di combattere una presunta eresia.

Non abbiamo a che fare con Lutero, con gli anabattisti, con i catari. Enrico VIII, ma soprattutto Elisabetta I, erano re troppo pragmatici per rischiare la corona in un dibattito ecclesiologico.

I riformatori inglesi evitarono sempre di affrontare il Cattolicesimo sul piano della dottrina e della teologia. Sapevano bene che i Gesuiti, su questo territorio, erano imbattibili. 

Le persecuzioni erano piuttosto presentate come provvedimenti contro una minoranza di disubbidienti, di traditori dello stato, di terroristi e cospiratori.

L’Act of Supremacy del 1558 non stabilisce semplicemente che il Re d’Inghilterra, non il Papa di Roma, è il solo capo della chiesa inglese, ma anche che il suo non riconoscimento equivale a tradimento dello stato: un crimine politico, non religioso.

Non si vietò mai esplicitamente il Cattolicesimo: più subdolamente si punì chi non si presentava regolarmente alla nuova messa anglicana.

Bisognava insomma cementare l’idea che essere cattolici fosse incompatibile con l’essere inglesi, poichè l’essere inglesi coincideva con l’adesione alla nuova religione inglese. 

Per questo la bolla Regnans in Excelsis di Pio VI nel 1570 e il tentativo di invasione dell’Invincibile Armada nel decennio successivo furono vere e proprie benedizioni per i riformatori.

Scardinare l’ordine tradizionale, certo, non fu facile. Nel XVI secolo, l’Inghilterra era ancora organizzata su base feudale. Il nobile di campagna era nella sostanza un piccolo monarca, con responsabilità anche religiose sulla sua famiglia e sui residenti del suo territorio. Un feudatario cattolico assicurava ai suoi sottoposti un contesto economico e sociale favorevole alla Fede dei padri, ed è per questo che le grandi case dell’aristocrazia di campagna si trasformarono subito nei più efficaci centri dell’azione dei gesuiti. Convertire la testa della piramide sociale significava mantenere nel cattolicesimo anche la base.

Un marxista potrebbe facilmente reinterpretare il XVI e il XVII secolo come la storia di una lunga lotta di classe: da una parte la città di Londra, con la sua classe politica e la borghesia; dall’altra l’ordine feudale, le antiche università e la civiltà contadina, ancora saldamente ancorate al cattolicesimo e alla tradizione.

Nei fatti, l’intera vicenda della riforma non è altro che la storia dell’omicidio dell’Inghilterra medievale e del parto, con morte materna, di quella moderna. E’ un’anticipazione più romantica e meno cruenta di ciò che avverà due secoli dopo in Francia: lo stato si libererà della Chiesa per prendere il posto di dio.

Con Elisabetta I nasce il moderno culto della Corona: la sola vera religione di stato dell’Inghilterra, e poi del Regno Unito. Una religione al cui interno c’è di tutto: c’è la “high church”, che ha praticamente mantenuto la forma esteriore della nostra liturgia tridentina, e ci sono le donne vescovo; c’è la bellezza del rito dell’incoronazione per il fedele conservatore, e c’è la cena eucaristica in stile luterano per il fedele progressista.

Una religione in cui l’unico elemento unificante, l’unico vero segno si comunione è la fedeltà al Re, una sorta di papa londinese.

Una religione in cui di fatto l’unica virtù è l’obbedienza allo stato.

Una religione che non è più nemmeno religione, ma culto politico: idolatria della Corona.

Storia dell’eresia anglicana in tre parti:

Pt.1) Breve storia della chiesa anglicana
Pt.2) L’arrivo dei Gesuiti
Pt.3) La congiura delle polveri