Duemila anni fa Nostro Signore veniva accusato di scacciare i demoni nel nome del demonio. Oggi il sacerdote che vuole restare integralmente cattolico è accusato di essere “fuori dalla Chiesa”.
Come lo si possa essere, se si è battezzati e si professa la fede cattolica, non è dato chiederlo. In risposta, in ogni caso, si riceverebbe un sermone sull’obbedienza da far rabbrividire un generale gesuita del XVI secolo.
Ma come è possibile che l’obbedienza alla gerarchia cattolica, oggi, impedisca al sacerdote, salvo grazie e contingenze assolutamente eccezionali, di essere integralmente cattolico?
Non spetta a noi arrovellarci per trovare una via d’uscita a questo mistero, un paradosso che Mons. Lefevbre ha definito “il colpo da maestro di Satana”. Una situazione di queste proporzioni può essere veramente sanata solo da un qualche intervento soprannaturale.
Una volta compresa la scala della crisi, il problema si riduce all’osso in questi termini:
Se si vuole la regolarità canonica si deve rinunciare o alla liturgia antica o alla dottrina incorrotta.
Se si vuole avere la liturgia antica si deve rinunciare alla dottrina incorrotta o alla regolarità canonica.
Se si vuole avere la dottrina incorrotta si deve rinunciare alla regolarità canonica o alla liturgia antica.
I vari istituti Ecclesia Dei ottengono la libertà di amministrare i sacramenti pre-conciliari solo dopo aver formalmente approvato tutto ciò che il Concilio ha stabilito e messo in moto, compresi, ovviamente, i sacramenti riformati. La possibilità di celebrare la Messa antica è subordinata all’affermazione, implicita, di non averne realmente bisogno. Di vedere il Rito Tridentino come opzione preferenziale, non essenziale.
I cardinali e i vescovi che periodicamente si esprimono contro il concilio sono invece biritualisti. Per questo motivo per loro non ci sono sanzonioni o ripercussioni: gli viene data la possibilità di criticare i punti ambigui e le novità conciliari solo perchè celebrando il Novus Ordo Missae li accettano nella pratica.
In poche parole, non è possibile allo stesso tempo criticare seriamente il Concilio, celebrare esclusivamente la Messa antica e avere uno status canonico normale con Roma.
Non se ne esce, e dunque si deve fare una scelta basata sulla priorità. E la priorità è la difesa assoluta della fede e dei sacramenti di sempre, elementi essenziali per perseguire lo scopo essenziale della Chiesa – la salvezza delle anime.
Tutto il resto, status canonico incluso, viene necessariamente dopo, e ammette una certa flessibilità.
Sì, flessibilità. Perché non bisogna dimenticarsi che il Signore ha fatto una Chiesa di uomini e per gli uomini. Uomini che sono per costituzione incoerenti, contraddittori, confusi in una realtà che non è mai bianca e nera. Per questo i giudizi categorici degli azzeccagarbugli del diritto canonico servono a poco.
E la Chiesa lo ha sempre saputo: si pensi al problema dell’ignoranza invincibile, del destino eterno dei bambini abortiti, delle elezioni al papato formalmente compromesse, dei casi di assenza pratica di sacerdoti e sacramenti per migliaia di fedeli perseguitati.
In tutti questi casi la posizione della Chiesa è molto più flessibile e più prudente di quanto si potrebbe credere. In tutti questi casi il legalismo fuori tempo massimo diventa farisaismo spicciolo. In tutti questi casi, in ultima analisi, ci si può solo abbandonare al giudizio di Dio contando sulla buona fede e su un’intenzione pura.
Questi sono gli elementi da considerare nella questione delle prossime consacrazioni della FSSPX, necessarie per dare un seguito all’opera di Mons. Lefevbre, la cui bontà è stata ampiamente confermata dalla storia.
Avanti tutta, in attesa di tempi migliori.






