Fatto storico, inoppugnabile: questo è un popolo che compare sul palco dell’umanità unicamente perchè un romano, quindici secoli fa, ha deciso di portargli la fede in Cristo.
Conseguentemente, questo popolo sparirà con l’apostasia di quella fede e con il rinnegamento della missione di quel romano.
Sta già succedendo nelle aree britanniche e, proporzionalmente alla protestantizzazione della chiesa sinodale, nelle zone di fede formalmente cattolica.
Qui la gente è retrocessa a uno stadio di civiltà visibilmente inferiore. Non serve sforzarsi troppo per vedere oltre al mito della tigre celtica, oltre ai numeri della crescita economica e del PIL pro capite.
Intendiamoci, non è un paese povero: i soldi ci sono. Eppure non portano i frutti reali che normalmente li accompagnano. Le cittadine non sono curate, l’arte non fiorisce, le famiglie non sono più numerose.
Lo sterco del demonio qui puzza più che altrove.
Non sono soldi guadagnati, non sono frutto dell’ingegno, di una conoscenza condivisa, dell’operosità, del risparmio del popolo. Sono come piovuti dal cielo, trasformando l’isola da paradiso terrestre a paradiso fiscale dove al seme evangelico si è sostituita la gramigna del capitale internazionale.
C’è la prosperità, ma non l’ottimismo. Non si lavora per qualcosa di durevole da lasciare in eredità alla prossima generazione.
La Repubblica al sud si è venduta ai colossi della tecnologia di oltreoceano, che la sfruttano, finchè possono, come porto pirata per attaccare l’economia del continente. Il nord britannico è invece come paralizzato da un sistema di sussidi e “benefits” estremamente generoso con cui Londra compra un’ipocrita lealtà.
L’unico elemento che fa percepire uno standard di vita superiore alla media Europea, da paese sviluppato, sono le automobili che si vedono in giro. Macchine moderne, di marchi costosi, sempre nuove: il classico acquisto di chi non sa gestire i suoi soldi.
Un altro aspetto che potrebbe rivelare ricchezza e sviluppo sono i cantieri. Attorno a Derry e Belfast si costruisce, e tanto. Nascono nuovi sobborghi, nuove periferie. I quartieri si moltiplicano a vista d’occhio, tra le colline di smeraldo. Ma sono cubicoli fatti con lo stampino, capanne per barbari moderni, di scarsa qualità, semplicemente brutte.
È urbanistica frettolosa, raffazzonata, a misura di speculazione. E ti urla in faccia che questo popolo ha smesso da tempo di avere una dimensione sociale e comunitaria. Si nota l’assenza di piazze, panchine, parchi. Marciapiedi e piste ciclabili, sì, ma non un posto dove ci si possa fermare, dove ci si possa incontrare. Non è previsto. Sembra che si esca fuori solo per andare a chiudersi dentro, da qualche altra parte.
Questa silenziosa atmosfera di inospitalità parla anche di malfidenza generale e di conflitti irrisolti. Andando a spasso per Derry ci si imbatte in delle recinzioni altissime, apparentemente senza senso. Sono state installate, mi hanno spiegato, per evitare che da un lato all’altro volino pietre, o bombe.
A Belfast praticamente chiunque abbia più di dieci anni ha ancora nella memoria brutti ricordi: repressione, guerriglia, semplice emarginazione. Morale della favola: meno si ha a che fare col prossimo, meglio è per tutti.
Persino i recenti disordini nella capitale del nord – giustamente rivolti contro l’invasione – hanno riaperto in pochi giorni la storica ferita: i protestanti accusano i cattolici di non fare abbastanza contro l’immigrazione nella Repubblica, che a causa della convenzionale assenza di confini con il Regno Unito coinvolge anche loro.
Economia, pace sociale… tutto sembra sembra stare in piedi precariamente, in bilico, alla mercé del perenne vento atlantico.
E’ naturale, la perdita del collante religioso e culturale fa tornare le rivalità tribali dell’isola pre-cristiana. La casa, fondata sulla roccia, si ritrova a sprofondare nel fango. La vecchia Irlanda, l’Irlanda di San Patrizio, esiste ancora solo nella misura in cui la tradizione cattolica resiste ancora.
Chi scrive l’ha visto con i suoi occhi. Messe nei cimiteri abbandonati, fattorie trasformate in parrocchie, cappelle improvvisate nel salone di casa di una famiglia di pastori. Riti rocamboleschi, in un’Irlanda catacombale che si scopre minoranza religiosa e umana nella sua stessa terra.
Un prezioso quadrifoglio, nascosto nel fango, innaffiato col coraggio e con la generosità di un piccolo popolo, che diventa grande nel suo tentativo di preservare la fede dei padri anche andando incontro a un bizzarro e silenzioso martirio senza sangue.
Qui più che altrove, dove in 15 minuti il vento atlantico può annientare la più bella giornata di sole con una tempesta di ghiaccio, dove la terra stessa, perennemente fangosa, è scivolosa e instabile; qui più che altrove l’unica roccia sulla quale costruire e resistere resta la Tradizione di sempre. Di quel romano vissuto quindici secoli fa.






