“Goodbye, Good Men” -un ritratto dei seminari postconciliari
“Si dovrebbe iniziare con lo studio delle Sacre scritture e della filosofia. Per la teologia c’è la summa teologica di San Tommaso, la liturgia poi la si impara con il servizio della Messa. Alla fine è bene fare anche un corso di karate.”
“Karate?” – gli ripeto io, convinto di aver capito male – “cos’è, greco antico?”
No no – mi fa il sacerdote, serafico.
“Volendo può fare anche Boxe, o qualche arte marziale.”
Sorride, seduto davanti a me, ma è serissimo.
“Vede, da qualche tempo la Chiesa Cattolica si è trasformata nella più grande fabbrica di effeminati del pianeta. Oggi però abbiamo bisogno di sacerdoti che siano veramente uomini.”
Un piccolo aneddoto mostra che la cosa è nota, che il problema è alla luce del sole. Il livello dottrinale, morale, e persino estetico, del clero di oggi ha decisamente qualcosa che non va. Lo sanno i laici, lo sanno i sacerdoti, lo sanno tutti.
Partiamo dal presupposto che i preti non sono mai stati solo preti. Storicamente i religiosi hanno sempre rappresentato l’élite della società cristiana, e la cosa non dovrebbe stupire: le qualità naturali non sono un optional per un pastore d’anime.
La storia della Chiesa è costellata di interventi di papi, santi e moralizzatori di ogni sorta che, di volta in volta, riportano sulla carreggiata il clero lassista e corrotto.
Oggi ci troviamo nel bel mezzo della tempesta perfetta: al problema qualitativo si aggiunge quello quantitativo, il cosiddetto “crollo delle vocazioni”. Insomma, pochi e nemmeno buoni.
Coincidenza? Castigo divino? O forse la causa è qualcosa di molto meno misterioso, e molto più umano?
È possibile che numeri e qualità delle ordinazioni siano cambiati semplicemente perchè a essere cambiato è anche il processo di selezione e formazione dei sacerdoti?
È un peccato che “Goodbye, good men” di Michael Rose, non sia stato mai tradotto in italiano. Questo libro del 2002 raccoglie decine di storie e testimonianze di ex-seminaristi che hanno vissuto in prima persona il clima dei seminari del ventennio post-conciliare, e individua nella nuova organizzazione dei seminari la causa strutturale della crisi.
Una crisi che, come vedremo, è tutt’altro che accidentale.
Il gatekeeping ideologico
A partire dagli anni ’70, negli Stati Uniti, la via per il sacerdozio è un percorso a ostacoli, e il primo trabocchetto si nasconde persino prima dell’ingresso in seminario: è il gate-keeping esercitato da coloro che, in teoria, dovrebbero valutare il candidato, valorizzarne la vocazione.
Ma elementi come il carattere morale, la sincerità e la capacità di applicarsi a studio e disciplina contano poco. Sono cambiati i tempi, e bisogna prima assicurarsi che il ragazzo che bussa alla porta, che lascia tutto per seguire Cristo, sia adatto alla nuova chiesa.
Per questo l’ortodossia e la fedeltà al Magistero di sempre sono viste con sospetto. Per questo una parola di troppo con un direttore delle vocazioni si traduce in un rifiuto su base ideologica.
Spesso i gatekeeper non sono neppure sacerdoti. A interrogare il giovane candidato sono suore, laici, psicologi, persino massoni, come nel caso della diocesi di Cincinnati, in Ohio: qui qualunque giovane chiamato al sacerdozio sarebbe dovuto passare per lo studio dello psicologo Joseph Wicker, massone conclamato.
Wicker fece da gatekeeper delle vocazioni per anni prima di uscire formalmente dalla loggia nel 1991, solo dopo esser stato denunciato dal magazine cattolico The Wanderer, che aveva notato il numero esorbitante di candidati rifiutati.
Un caso isolato? Le decine di testimonianze nel libro di Michael Rose dicono il contrario. Tra gli anni ’70 e ’90, rettori e responsabili per le ammissioni sembrano essere estremamente curiosi di cosa il candidato pensi delle nuove idee che iniziano a circolare apertamente negli anni dopo il Concilio. Si parla, in particolare, di ordinazione delle donne, abbandono del celibato ecclesiastico, e allentamento della morale sessuale.
È questa la direzione in cui si vuole portare la chiesa, e se al colloquio iniziale trapelano opinioni troppo conservatrici la valutazione è negativa: “sessualmente immaturo”, “idee troppo severe sul bene e sul male”, “approccio non abbastanza pastorale”.
Chi non è della partita si vede chiudere la porta in faccia. Semplicemente, gli si dice che non è adatto a fare il prete.
Il seminarista nella fossa dei leoni
Superando lo scoglio della valutazione propedeutica, il novello seminarista trova ad accoglierlo un ambiente perfettamente adeguato agli standard del mondo post-sessantottino.
Il capitolo più corposo di “Goodbye Good Men” è quello dedicato all’asfissiante “sottocultura gay”, presente all’interno dei seminari. Qui citiamo solo il caso del St. John a Plymouth, nel Michigan. Diversi ex-studenti testimoniano gli atteggiamenti apertamente omosessuali, e di vero e proprio ostracismo verso i seminaristi ortodossi e moralmente più rigorosi, bollati come “rigidi” o persino denunciati come “omofobi” alla direzione.
La pentola a pressione, al St. John, finisce per scoppiare con una serie di scandali pubblici (tra i quali la morte di alcuni sacerdoti malati di AIDS) che portano la Santa Sede a intervenire con la chiusura del seminario. Buona parte del personale verrà semplicemente trasferita al Sacred Heart di Detroit.
Si dice che da sotto la cintura cominci l’eresia. Anche avendo superato la selezione ideologica, anche avendo la capacità di mantenere la rettitudine morale e la determinazione in un ambiente non esattamente casto, il seminarista deve affrontare un corpo docenti pericolosamente eterodosso, studiandone e assecondandone le posizioni come fossero sana dottrina cattolica.
Anthony Gonzales, ex-studente, riassume lapidario l’offerta formativa del St Patrick Seminary di Menlo Park, in California: “La facoltà seguiva tutta la Pascendi Dominici Gregis [l’enciclica in cui si elencano gli errori del modernismo], fino all’ultimo dettaglio.”
Ma nemmeno san Pio X poteva prevedere il caso emblematico di Barbara Fiand, la suora femminista che per 17 anni ha insegnato all’Athenaeum of Ohio Seminary. Personalità irascibile e arcinemica del sacerdozio maschile, sembrava “dare l’impressione di non volere che alcun uomo fosse ordinato sacerdote”.
La Fiand è almeno parzialmente riuscita nel suo intento: alcuni ragazzi lasciarono il seminario a causa dei suoi corsi, altri persero del tutto la fede.
Per chi fosse interessato, la sua “teologia” può essere gustata nel libro Releasement, testo ancora disponibile che la suora utilizzava per l’insegnamento. La Fiand si riferisce alla prima Persona Divina con un neutro “he/her”, in spregio alla paternità di un Dio troppo maschile, afferma che la Chiesa ha errato nell’interpretazione delle Sacre Scritture, reputa sostanzialmente superflui i sacramenti.
A scanso di equivoci, sebbene non più impegnata nell’insegnamento, la Fiand è ancora attiva e formalmente in perfetta comunione con la Chiesa: si vedano i ritiri organizzati per la “Call to Action”, organizzazione americana progressista e sedicente cattolica.
Impossibile poi non riportare la testimonianza di padre John Trigilio, preziosa, se non altro, perchè è costata al sacerdote un periodo di sospensione.
Don Trigilio ha rivelato i dettagli del suo calvario nei seminari della diocesi di Eire fino all’agognata ordinazione, nel 1988. Riportiamo qui qualche elemento per avere un assaggio del clima: avere una propria talare era abbastanza per essere sospetti di clericalismo e diventare degli osservati speciali. Nel seminario giravano magazine pornografici e marijuana, la vita spirituale non prevedeva adorazione eucaristica né Rosario recitato in comune. Nelle aule, opporre san Tommaso alle posizioni liberali dei professori significava essere accusati di non voler studiare la teologia moderna per pigrizia. Ovviamente una cultura dell’omertà e del silenzio rendeva impossibile qualsiasi tentativo di protesta, o di riforma dall’interno.
Una volta, racconta Don Trigilio, il suo breviario tradizionale venne usato contro di lui. I docenti telefonarono i genitori del seminarista: la passione di loro figlio per il latino nascondeva probabilmente un interesse per le messe nere.
La commissione Marshall
Bisogna aspettare i primi anni ‘80, per vedere il Vaticano rimboccarsi le maniche: nel 1983, due anni dopo un pubblico annuncio, la Santa Sede decide di intervenire sul campo con una serie di visite nei seminari americani. La commissione è presieduta dal vescovo Marshall, considerato un conservatore e vicino all’Opus Dei.
Don Trigillo ricorda come il Monsignore abbia fin dal suo arrivo messo le mani avanti. Alla disponibilità del seminarista, che si proponeva di fornire tutte le informazioni, Marshall rispose che non si trattava “di una caccia alle streghe […] vogliamo solo fare una visita per capire cosa stanno insegnando”.
Sulla carta si visitano le aule, certo, si verificano i programmi e le biblioteche, si parla con i seminaristi. Nella realtà, le cose vanno diversamente. Il teatro è stato accuratamente preparato: improvvisamente gli scaffali pullulano di encicliche papali e documenti del Magistero in bella mostra. I sacerdoti si mettono in talare. Si inizia a fare l’adorazione eucaristica, a recitare il Rosario pubblicamente. E la direzione tiene gli occhi puntati sui seminaristi che chiedono di avere un colloquio privato col vescovo.
A proposito della Commissione Marshall, riportiamo le parole di Ralph McInerny, professore di filosofia alla University of Notre Dame:
“Per decenni abbiamo sentito storie sulla formazione sacerdotale e sulle case religiose che avrebbero fatto arrossire Boccaccio. Eppure, una task force istituita dai vescovi degli Stati Uniti durante gli anni ’80 per indagare sui seminari concluse che tutto andava benissimo. Qui ci fu davvero un fallimento, e da parte di uomini di Chiesa, i quali dovettero compiere un sforzo deliberato per non prendere conoscenza dei fatti su cui avrebbero dovuto indagare.“
L’ispezione è una grande messinscena. Da Roma si esprime soddisfazione per il risultato. Ci si lamenta unicamente di pochi casi di “serie deficienze”, eppure il documento, il rapporto finale, non sarà mai reso pubblico.
La crisi delle vocazioni come progetto ideologico
La tesi finale di Goodbye Good Men è che la carenza di vocazioni nei seminari americani a partire dal post-concilio sia stata artificialmente creata da una generazione di direttori, professori e teologi modernisti.
Si è voluto scoraggiare o cacciare i candidati ortodossi in quanto pericolosi ostacoli all’alterazione del cattolicesimo.
Non solo. La crisi delle vocazioni doveva essere strumentalizzata per poter domandare a Roma una ridiscussione del celibato sacerdotale, dell’accettazione dell’omosessualità e dell’ordinazione delle donne.
Avendo infine capito che la Santa Sede non avrebbe mai avallato le richieste di riforma dell’ordine sacerdotale il piano è cambiato. Ora la scarsità di sacerdoti non è più una crisi, ma, come ammettono loro stessi, uno dei frutti del Concilio.
Una risorsa. La mancanza di ministri, infatti, offre la perfetta scusa per inventare ancora più ruoli per i laici nelle parrocchie e, dunque, svalutare, appiattire ulteriormente il sacerdote, ex Alter Christus e ora semplice ministro sacramentale.
Ammesso e non concesso che oggi, nel 2026, la situazione dei seminari diocesani sia cambiata, resta un problema: almeno una generazione di sacerdoti è stata malamente formata e moralmente corrotta da un ambiente impregnato di eresia, dissenso, liberalismo.
Il padre domenicano Brian Mullady nel 2000 parlava di seminaristi che tra gli anni ‘70 e ‘90 “hanno dovuto fare i conti con l’idea popolare, ma errata, che la Chiesa avrebbe probabilmente cambiato questa disciplina [del celibato sacerdotale], e quindi ci si aspettava praticamente che si opponessero al celibato”.
Sarebbe questa la generazione che oggi occupa le posizioni chiave nelle diocesi, e che è molto più liberale rispetto ai sacerdoti più giovani.
Il libro di Rose analizza e descrive la Chiesa negli Stati Uniti. Possiamo escludere che da noi, in Europa, in Italia, le cose siano andate diversamente?








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