Calvinismo: il peccato originale degli USA
Il paese dei puritani timorati di Dio coincide con la patria dei serial killer, dei cowboy, dei giustizieri solitari.
Nessuna contraddizione: è ciò che succede quando lasci fondare una nazione a un gruppo di protestanti salpati per il nordamerica con l’idea di costruire lì la loro nuova Gerusalemme, con Gesù ma senza i preti.
D’altronde non si definivano mica immigrati, o coloni. Erano “pellegrini” – un termine religioso – e il loro calvinismo già divideva il mondo in buoni e cattivi, come in un film di Hollywood.
In questa triste e ancora vivissima antropologia eretica ruoli e destini umani sono sempre ben chiari, generalmente definiti dal colore della pelle, dall’ultima sillaba del cognome, dal numero di zeri nel conto in banca.
Ci pensavo mentre leggevo “La saggezza nel sangue”, Wise Blood, prima grande opera della cattolicissima Flannery O’Connor, papista di ferro, presenza eccentrica nel profondo sud protestante, sconvolgente come un’apparizione mariana.
La saggezza (cattolica) del sangue
Senza conoscere l’autrice (imperdibile, a proposito, la biografia ‘Flannery O’Connor‘ di Fernanda Rossini), sarebbe molto difficile indovinare che un romanzo così estremo sia nato dalla brillante figlia di una rispettabile famiglia nel profondo dixie latifondista.
Si termina l’ultima delle duecento pagine di Wise Blood esausti, quasi allucinati. Ci si sente disorientati dopo aver seguito una trama che serpeggia tra simbolismi e personaggi pseudo-biblici, scendendo giù negli abissi del Sud americano, teatro dell’assurdo tanto per noi europei quanto per gli Yankee del New England.
Eppure si capisce di avere tra le mani roba che scotta, un libro che nasconde più piani di lettura, in cui critici di ogni calibro hanno voluto scorgere messaggi e allegorie, cercando di tradurre i pensieri che la giovane Flannery, fisicamente malata di Lupus ma intellettualmente corroborata dalla filosofia di San Tommaso, sembrava aver nascosto dietro a ogni riga.
Predestinazione, peccato e grazia nel primo romanzo di Flannery O’Connor
I miei due centesimi: volendo ridurre il libro all’essenziale si potrebbe dire che La saggezza nel sangue è la storia dell’uomo cristiano se Nostro Signore non avesse istituito il sacramento della Confessione.
Non è che i personaggi del libro – storpi, imbroglioni, sfaticati, cinici, lussuriosi – non credano in Dio. Semplicemente la loro è la fede in una divinità diversa, che ha già deciso dall’eternità chi sono gli eletti del suo regno e chi invece farà da combustibile per la fornace infernale. E loro, i personaggi, hanno compreso di far parte del gruppo più sfortunato.
Nella terra dei liberi non si è liberi di cambiare. Non ci si può santificare, non ci si può rialzare. Non si può credere che la povertà, la malattia, persino l’ingiustizia subita siano grazie che il Signore ci da per purificare l’anima. No, Calvino l’ha spiegato: si è buoni o si è cattivi, e il male non è strumento per la salvezza, ma prova della propria dannazione.
Al povero e malato peccatore, all’ultimo che non sarà primo, restano fondamentalmente due opzioni: o dio non c’è, o c’è e mi odia.
Hazel ‘Haze’ Mote, protagonista del libro, le accetta entrambe. Sono i del binomio blasfemo sul quale fonda la “Chiesa senza Cristo”. Il suo credo, lapidario: l’unica verità è che Cristo non esiste.
È stato un peccato mortale a convertire questo devoto figlio di predicatori alla causa dell’anti-teismo. Un male morale che, senza la grazia santificante, senza la sola forza sovrannaturale che può permettere all’uomo di partecipare alla vita divina e di salvare la propria anima, non è e non sarà mai riparabile.
Dunque la frittata è fatta: Hazel Mote ha peccato, ha mostrato a sé e al mondo di non avere l’amicizia di Dio e di essere quindi tra i nemici di Cristo. Anche se Cristo – così predica gridando in piedi sul tetto della sua sgangherata automobile – non esiste.
Eppure la Grazia continua a bussare alla porta di questo jurodivij americano, folle dell’anticristo, con gli strumenti più impensabili. I suoi strumenti sono gli elementi gotici e grotteschi del romanzo: prostitute, falsi profeti, truffatori, persino una mummia egizia.
Il male è gramigna spirituale, infesta se stessi, infetta il prossimo, si riproduce da sé per inerzia, come un virus mortale. Eppure San Paolo scrive ai Romani che “tutto concorre al bene di chi ama Dio“. E, forse, finché un uomo crede all’esistenza di una verità – fosse anche di una verità blasfema – sta dando una possibilità alla grazia di Dio, alla Verità con la V maiuscola.
Dopotutto Hazel “Haze” Mote rifiuta di far soldi con la sua chiesa, evita le occasioni di peccato con una ragazza tentatrice, oppone spesso al male nichilista una sua contorta coerenza.
E i sensi di colpa, che credeva di aver soffocato sotto tonnellate di proseliti e bestemmie, cominciano a bollire come in una pentola a pressione.
Non c’è auto-ipnosi, non c’è meccanismo di coping che regga, e non c’è scampo nemmeno per il più incallito degli atei: l’unico sfogo contro il male commesso è quella cosa medievale, superstiziosa, scandalosa per il dio degli eretici: la penitenza.
Perchè volendo leggere tra le righe, come nel Vangelo di Matteo, il predicatore Haze – che in inglese significa foschia, nebbia – è il cieco che guida altri ciechi.
Solo strappandosi via l’occhio che lo fece cadere nel peccato, potrà riavere la vista, la Verità e la Vita.








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