“Un lavoro alle Poste“.
Ripeterlo a voce bassa, come in un sussurro, per innescare l’effetto ninna-nanna. Un lavoro alle poste.
Le connessioni neurali mettono insieme luoghi comuni e stereotipi scolpiti nell’immaginario di generazioni da generazioni: stabilità, tranquillità, sicurezza fino al bene sommo, la meritata pensione.
L’esperimento mentale non conosce confini né epoche: funziona nell’Italia contemporanea come funzionava negli Stati Uniti degli anni settanta.
Anche sull’altra sponda dell’atlantico questo mito mieteva vittime. Quarant’anni di vita in cambio della tranquillità di uno stipendio e di una pensione. Patto faustiano, forse, ma assolutamente legittimo. Aveva senso. Aveva senso per molti, ma non per Charles Bukowski.
“Cominciò per sbaglio. Si era sotto Natale ed ero venuto a sapere dall’ubriacone che stava un po più su, sulla collina, e che a Natale ci provava sempre, che avrebbero assunto più o meno chiunque, e così ci andai, e prima che potessi rendermi conto di quello che stava succedendo ero li con la sacca di cuoio sulle spalle a girare tutto il giorno a piedi in lungo e in largo. Che lavoro, pensai. Facile! Leggero!”
È l’incipit di Post Office, esilarante e tragicomico romanzo-resoconto del più grande errore della vita dello squattrinato scrittore americano.
Il novello postino Chinaski, alter-ego dell’autore, scopre velocemente dopo un’idilliaca luna di miele la realtà del lavoro, del miraggio che gli è stato venduto: turni, rapporti umani, organizzazione, alienazione e ripetitività ai limiti di tolleranza della sanità mentale.
Superata la gavetta a suon di bastone e di carota il buon Buk si troverà a scalare la militaresca gerarchia del Servizio Postale degli Stati Uniti d’America, realizzando sempre più lucidamente che adeguarsi alla luccicante catena di montaggio è tutto fuorchè gratuito, anzi: esige un tributo di sangue e neuroni.
La strada per l’ambita tranquillità e per il buon reddito, è lastricata di incidenti e follie quotidiane.
I divertentissimi e tragicomici aneddoti di Post Office sono il bollettino di una lunga guerra di logoramento contro un monolite fatto di labirinti burocratici, piccoli kapò, colleghi svitati e un’insormontabile montagna di lavoro.
Ci sono proprio tutti. Le donne sole che ammiccano al postino, il collega scrittore in erba irrimediabilmente castrato dal grigiore dell’ufficio, il kaporeparto che applica il sacro Regolamento con l’elasticità mentale di un fariseo del primo secolo.
E dietro a questo apparente Fantozzi d’oltreoceano c’è sempre lui, il classico Bukowski. Prepararsi quindi a copulate occasionali e sbronze a base di birra da discount. Prepararsi alle scommesse all’ippodromo e alle relazioni distrutte. Prepararsi alla giungla sociale che erano e che sono gli Stati Uniti, paese dei liberi e della libertà vigilata, dove lo scemo del villaggio è l’unico sano.
Ogni uomo è un potenziale svitato, ogni donna una ninfomane in attesa dell’occasione giusta. Ogni incontro può finire in una rissa, o in una bevuta al locale più vicino. Uno spasso.
Ma Post Office non regala solo tante risate. Ha qualcosa di amaramente pedagogico. È un libro da consigliare al reparto Risorse Umane di Poste Italiane: dovrebbero richiederne ai candidati la lettura obbligatoria. Salverebbe molte vite scremando via un buon 90% di aspiranti postini. Inadatti, perchè non disadattati.








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