“Learn AI or get cooked“. Impara a usare l’intelligenza arificiale, o sei fritto.
Non se ne esce, è lo slogan del biennio e probabilmente sarà quello del triennio. In un’economia che vive di mail, call, powerpoint, in un’economia dove otto lentissime ore passano senza che si sia prodotto alcunchè, in un’economia del genere, sì, il tamburo del marketing dell’IA può funzionare.
Qualcuno se la può bere, può credere davvero che un chatbot possa “rubare il lavoro”.
E quindi c’è davvero la tentazione di farlo, di mollare tutto – interessi, studio, esperimenti, progetti personali – e “imparare l’IA” (tradotto: giocare con i prompt per ChatGPT).
Pessima idea.
Perchè l’IA è la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno: una gustosa, luccicante, ben confezionata illusione. L’illusione dell’efficienza. E’ caffeina informatica, niente di più. Funziona nel breve, brevissimo periodo.
Principio di Pareto: l’80% del lavoro viene prodotto dal 20% della conoscenza. E il 20% della conoscenza può venire da due minuti di chat con Gemini. Vero, verissimo.
Ma, attenzione, questo si applica solo se il punto di partenza è una conoscenza dello 0%.
In questo caso, sì, un paio di domande a ChatGPT possono darmi una base di conoscenza elementare – diciamo il 20% fondamentale. Da lì inizia lo studio vero, quella roba che costa impegno reale, prove, tentativi, fallimenti. Roba da essere umani, roba fuori moda.
È l’80% mancante, che devo riempire con libri, articoli, esperimenti, ricerche. E con buona pace di Pareto è lì, in un contesto professionale, che il gioco si fa duro.
Quel 20% di conoscenza che Chatgpt mi ha suggerito in 10 minuti non mi ha dato nessun vantaggio competitivo: semplicemente era scontato che lo avessi già.
Sul lavoro quel che davvero serve è il dettaglio, l’approfondimento, l’esperienza. Mi serve l’informazione che mi risolve il problema, non quella per fingere di avere una cultura.
Ma ChatGPT, come qualsiasi modello generativo, può solo farmi perdere tempo rimescolando informazioni elementari o pericolosamente incomplete.
Quando si parla del proprio lavoro, di ciò che si sa fare e che si ha imparato a fare, del proprio campo, l’Intelligenza Artificiale è solo d’intralcio.
È un po’ come aver a che fare con un tirocinante che ha una conoscenza scolastica di tutto, ma che non ha l’esperienza, né la profondità di giudizio per risolvere un vero problema.
E a cosa serve un tirocinante virtuale? A fare i compiti del tirocinante reale, forse. Task ripetitivi, meccanici, a rischio zero.
Ma il tirocinante, almeno, è umano: oggi gli si da la possibilità di sbagliare, perchè si sa che domani sbaglierà meno, e dopodomani potrà addirittura insegnare a qualcuno.
L’IA non da nemmeno quella prospettiva.
“Studiare l’IA”, nel senso di dedicarsi attivamente a questa roba togliendo energie all’apprendimento reale di cose reali, significa perdere tempo con un giocattolo.
Perchè l’IA è solo questo: un giocattolo ben impacchettato e pubblicizzato 24h su 24. Va bene per iniziare a orientarsi in un campo sconosciuto, per sbrigare qualcosa di irrilevante, magari persino per vincere i dibattiti online.
Ma non si fa affidamento su un giocattolo. Non si studia un giocattolo. E non ci si fa rubare il lavoro da un giocattolo.







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