Immaginate Gabriele D’Annunzio, ma con un AK-47 e avvolto in un giaccone dell’armata rossa. Alle spalle, sul muro, un vessillo terribile: falce e martello neri cerchiati di bianco su sfondo rosso sangue. L’appartamento è umile, spartano, monastico. A terra ci sono dei pesi da palestra. Da qualche parte, una brandina sfatta.
Una foto sulla scrivania: ritratto dell’artista da giovane. Il nostro eroe allenato, muscoloso, in posa. Ai suoi piedi una giovane donna, bellezza ucraina. Per qualche tempo, a New York, è stata la sua ragazza.
Erano partiti insieme come esuli sovietici, alla ricerca di chissà cosa. Lei voleva fare la modella e ha sfondato come gold digger, il mestiere più antico del mondo.
Lui non ha retto – era la sua principessa. Ha conosciuto la miseria, tra le ore passate ad ascoltare la pioggia nuiorchese e gli spinelli in Central Park. Si è dato all’alcool, alla sodomia occasionale. Ci ha scritto un libro: “Al poeta russo piacciono i grossi negri”.
Robaccia scandalistica, impubblicabile in patria. Eppure – miracolo nella 34esima strada – oltreoceano, a Parigi, vende bene.
È fatta: Eduard Limonov, figlio di un cekista, esule russo, punk, poeta, pederasta, diventa anche scrittore.
Il libro è un successo, ma la più grande opera del poeta russo sarà la sua stessa vita. Emmanuel Carrère l’ha egregiamente raccontata in Limonov (2011), biografia che ne segue le tappe dall’infanzia in Ucraina, passando per la parentesi americana, poi francese, e fino al ritorno in Unione Sovietica, un Paese che da lì a pochi anni non esisterà più.
Nel 1991 il crollo dell’URSS è la fine di un mondo, una piccola apocalisse scritta in caratteri cirillici, e a Limonov i panni dello spettatore stanno stretti.
Tornato in patria, prima di partire come guerriglielo in Serbia, si da alla politica. Fonda un giornale, Limonka, e lavora con Dugin (sì, l’ideologo brutto e cattivo), guadagnandosi prima dei simpatizzanti, poi degli elettori, infine dei nemici. Ma soprattutto degli accoliti.
Si chiamano nazbol, Nazi-bolscevichi.
Lenin, i generali della Wehrmacht, l’Ortodossia, il movimento punk. Tutto insieme, in un calderone impensabile.
Eduard Limonov è solo un provocatore, magari pure un po’ confuso? No. Quello che sta cercando di fondare è il partito degli uomini. Più che un partito, una banda. Una congrega. Con a capo lui, il Superuomo, il più duro dei duri.
Una nuova medaglia gli luccica sul petto: il grande scrittore è ora “dissidente politico“, per la soddisfazione di giornalisti e commentatori nostrani che vanno in brodo di giuggiole. E’ uno buono, possono ufficialmente scrivere, è un nemico di Putin, è uno di noi.
Ma le posizioni politiche di Limonov sono incomprensibili, incoerenti, per chi è abituato a interpretare la politica secondo gli schemi del liberalismo rivoluzionario francese.
Lo si capisce se si da un’occhiata alla sua opinione, ad esempio, di Alexei Navalnij, idolo occidentale, liberale, dissidente di plastica. Nelle parole di Limonov, “vuoto cosmico che va di moda“, “né arguto né intelligente“, “protegé del grande capitale“.
Il problema della nuova Russia non è tanto l’autoritarismo di cui siamo soliti fantasticare da questa parte del Volga, ma la stabilità, la passività indotta della nuova generazione di cittadini che il nuovo regime sembra voler tirar su. Non rivoluzionari, ma borghesi soddisfatti e in catene. Non più l’ideologia e la lotta, ma l’appeasement con i dogmi della modernità occidentale in salsa neozarista. Putin è colpevole prima di tutto di aver addomesticato l’orso russo.
Lo si intuisce anche leggendo un suo articolo del 2005, tradotto in italiano e riportato nella raccolta “Ideario di un figlio di puttana” (Gog, 2025). Il Poeta-politico gli rinfaccia un carattere tanto freddo col suo popolo quanto accomodante con i leader stranieri, una personalità più a suo agio negli uffici della nomenclatura che tra i guerriglieri dei Balcani.
Critica estetica, più che sostanziale. Il leader della Russia, per Limonov, non può essere un uomo: Il leader della Russia deve essere un superuomo.
“Nei tempi futuri, in una Russia ideale, il governo e il presidente dovranno essere asceti severi e modesti“.
Anche per questo chi si illudeva di vedere nel poeta-punk un alleato dell’occidente, del regno dell’opulenza e della mediocrità, può leggere il Libro dell’acqua e tornare alla realtà:
“I francesi, i tedeschi, gli americani da tempo non hanno più nessuna energia. Ho avuto molte occasioni per convincermene. Non sentono più la vita. Il futuro appartiene ai talebani, ai turchi, basta guardare come se la danno con i curdi, a tutta questa folla selvaggia di individui sospetti che gli europei disdegnano e non capiscono.“
C’è poi il fatto che Putin e Limonov, sebbene avversari, vanno praticamente d’accordo su tutte le questioni politiche che possono interessare l’osservatore occidentale – Ucraina compresa (si leggano i suoi profetici “piani per l’imperialismo russo” del 2016).
La passata gloria dell’Unione Sovietica, la tragedia del suo crollo. La falsità di democrazia e diritti umani, idee d’importazione che in Russia significano solo debolezza e declino. L’amore per il ruolo da ‘duro’.
Entrambi figli di ufficiali del KGB. Entrambi giovani ‘teppisti’ messi in riga dallo sport e dalla vita. Entrambi amanti del potere.
La differenza è che uno ce l’ha fatta, l’altro no. Limonov potrebbe semplicemente ammetterlo, ma non lo fa, non può farlo. Dice invece di essere un dissidente, un avversario: è l’unica posizione che gli salva la faccia.
La biografia di Carrére si conclude con una speculazione: nel 2011, lo scrittore francese non riesce a immaginare una fine degna di una vita come quella di Limonov.
Una bella dacia in campagna in compagnia dei figli è da escludere. Il sogno inconfessabile, per uno come lui, sarebbe l’omicidio politico.
Ma la Provvidenza ha avuto un piano diverso. Limonov muore di cancro il 17 marzo 2020. E’ l’anno in cui uno dei suoi libri – Grande ospizio occidentale – inizia ad avverarsi su scala globale.







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