Un giallo made in Switzerland: Il Giudice e il suo Boia

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C’è il vecchio commissario, rassegnato, al tramonto della sua carriera. C’è il suo zelante sottoposto, un brillante agente dall’ambizione sfrenata.

Ci sono il capo del dipartimento e il giudice, calcolatori attenti alle implicazioni politiche del caso. C’è il misterioso filantropo, rintanato in una misteriosa villa di montagna, dove si svolgono misteriose riunioni tra imprenditori e artisti.

E c’è la vittima, un poliziotto, forse una spia, morto per esser scivolato su una pista pericolosa.

Insomma, gli ingredienti per un giallo canonico ci sono tutti. Tranne lo scenario. Quello, ecco, sembra stonare.

È tra le nebbie delle valli svizzere che si svolge una vicenda che sta all’opposto del luogo comune elvetico. La facciata alpina e immacolata è mero marketing calvinista, che nasconde un cadavere in putrefazione. Sordidi personaggi dai doppi fini serpeggiano tra le strade di Berna, una città che da questo lato delle Alpi fa rima con aiuole pulite, strade senza buche, marmotte che fabbricano la cioccolata.

Come impegnato a preparare un bizzarro dolce, un millefoglie à la suisse, lo chef Friederich Dürrenmatt aggiunge a ogni capitolo uno strato di mistero. Dubbi, ipotesi, colpi di scena si impilano pagina dopo pagina: che Il Giudice e il suo Boia sia stato originariamente pubblicato a puntate sul giornale Schweizerischer Beobachter, e solo dopo proposta come romanzo completo lo si indovina facilmente.

Lo scenario iniziale, quello sì, è un classico: l’agente Urlich Schmied viene trovato morto. Il commissario Barlach e al suo assistente Tschanz prendono in mano il caso: il dossier rivela che il poliziotto era sulle tracce di qualcosa – o di qualcuno. Il sospettato principale è il facoltoso Gastmann un personaggio ambiguo che organizza nella sua villa feste, incontri ed esibizioni di artisti famosi, per un pubblico selezionato.

Ma la trama si infittisce velocemente. Esiste un rapporto tra Barlach e Gastmann, un patto segreto firmato col sangue.

Niente caprette di Heidi, né cioccolato, né campanili con gli orologi. Questa è un’altra Svizzera, e l’aria di montagna, rarefatta, ricorda piuttosto quella soffocante della Mitteleuropa di Kafka.

Sembra di leggere uno spin-off di Eyes Wide Shut: gli incontri nella villa sono solo la punta dell’iceberg e coprono un complotto più grande, con relazioni inconfessabili tra industriali e diplomatici stranieri. Relazioni che, ai piani alti, l’incorruttibile giustizia elvetica vuole insabbiare.

Lo stile della narrazione è cupo, misterioso, con Dürrenmatt che in ogni capitolo aggiunge col contagocce piccoli dettagli, particolari che suggeriscono al lettore di sospendere il giudizio – nulla verrà rivelato fino all’ultima pagina.

Chi è il giudice? E chi il suo boia?



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