‘Lettres aux Capitaines’ di André Charlier
In mezzo alla libreria, tra l’imitazione di Cristo e le vite dei padri del deserto, nella mensola dedicata alla spiritualità monastica. Strano posto per un libro stampato alla fine degli anni ‘50.
Sfoglio velocemente, incuriosito, fino alle foto in bianco e nero plastificate.
Alunni in uniforme in posa, un professore occhialuto che scrive sulla lavagna, un bel castello in stile rinascimentale francese, un uomo seduto al pianoforte. Fatta eccezione per la foto dello stesso pianista in compagnia di un giovanissimo monaco benedettino, Lettres aux Capitaines ha l’aspetto di una semplice raccolta di lettere, non certo di un’opera religiosa. Un errore nella libreria del monastero, magari riposto lì da un ospite poco attento o da un novizio negligente.
Comincio a leggere lì davanti allo scaffale, in piedi. Salto la breve introduzione, vado al sodo. Frammenti di una formula magica, le parole evocano immagini, visioni. Entro in cella, mi metto a sedere. Ascolto voci da un tempo perduto. Souvenirs d’un autre monde.
1940. Legno, acciaio, fuoco. I faggi delle Ardenne si piegano sotto ai cingoli, carri armati aggirano la linea Maginot, muraglia monumentale, santuario dissacrato per una guerra che non esiste più.
Le divisioni motorizzate avanzano come saette, uno stormo di Stuka strilla padrone del cielo. È un pugnale ben affilato, temprato nelle acciaierie della Saarland e riscaldato a dovere, quello che infilza il burro francese fino a Parigi.
Jawohl! Schnell kamerad! Feuer! – è la calata degli unni, Attila parla tedesco.
Croce uncinata e croce di Lorena; uomini diversi, uomini in marcia: soldati della Wermacht lungo gli Champs Elysees; e poi dei furgoni che traslocano libri, quaderni, banchi e oggetti di cancelleria dall’École de Roche, in Normandia, giù fino al profondo midì dei Pirenei francesi.
Marcia trionfale ed esodo funebre, mentre sulla Francia libera calano le tenebre. Les jeux sont faits.
Mattina ottobrina, cielo terso, aria umida, frizzante. Ieri notte ha piovuto. Una scolaresca si dirige al castello di Maslaq, la sua nuova casa. Gli adolescenti saltellano chiassosi tra le pozze lungo la strada principale del villaggio mentre i professori, più composti, li accompagnano nel corteo.
Nonostante i modi riservati, uno di loro spicca all’occhio: l’uomo in silenzio è André Charlier, insegnante di latino e preside della Scuola. La firma sulle lettere è la sua.
Sono solo ammonimenti, raccomandazioni, aggiornamenti trimestrali per i ragazzi? Le “lettres aux capitaines” parlano di lezioni, esercizi, pagelle – normale amministrazione per una scuola – ma anche di preghiera e vita spirituale.
Il preside si rivolge ai “capitani”, scrive agli alunni più maturi, chiamati a superare un’ulteriore prova: diventare uomini formati e pronti per la vita.
Sono loro i responsabili dei dormitori, della disciplina e di una prima informale educazione delle matricole appena arrivate alla scuola. Sono dei maestri d’anime – devono diventarlo – devono esserne all’altezza.
“C’è un punto sul quale oggi voglio attirare la vostra attenzione: siete responsabili di anime. È questo il senso del vostro incarico.”
La voce di André Charlier non è quella di un preside, ma di un mentore, di un guru. Il tono è malinconico per la Francia sconfitta, grave per la preoccupazione di dover preparare i giovani allievi al ruolo che li attende fuori, nell’oscurità del mondo.
È voce esigente, che pretende dagli studenti di Maslaq una forza che supera le loro capacità naturali, senza il minimo compromesso.
“Ve l’ho detto: siate umili. Ve lo ripeto: non contate troppo su voi stessi. Cercate la forza lì dove sta: solo la vostra vita spirituale ve la potrà dare.”
“Le qualità naturali di un leader sono senza dubbio importantissime: energia, autorità, dinamismo etc… ma in definitiva restano insufficienti se non gli si aggiunge un certo fervore della vita interiore. E la vita interiore è il rapporto intimo della vostra anima con Dio. Ora, io che vi vedo vivere, che vi osservo senza che voi ve ne rendiate conto, vi trovo poco capaci di raccogliervi in voi stessi. Il vostro spirito è sempre rivolto verso l’esterno. Quando pensate a voi stessi, vi preoccupate soprattutto dell’impressione che potete fare agli altri.”
Parole dure per le delicate orecchie dei buoni figli delle buone famiglie della buona Francia borghese, produttiva, operosa.
Una Francia pragmatica che per la poesia e l’ascesi ha poco tempo; che paga profumatamente perchè la prestigiosa scuola di Maslaq prepari i suoi figli a dirigere aziende, far carriera nella burocrazia statale, brillare nel cielo della politica, s’il vous plait.
Il preside Charlier la pensa diversamente. Il preside Charlier esige una metamorfosi antropologica.
Parla di povertà, di distacco, di elevazione e disgusto per la mediocrità. Si prende gioco del loro amore per il frivolo, per il confortevole.
I tempi esigono altro, tuona il professore: davanti a voi avete una guerra. Non solo militare, in un paese occupato e umiliato dallo storico nemico, ma anche, soprattutto, spirituale.
La disciplina quotidiana, lo studio, il lavoro devono essere esercizio di preghiera costante, quasi monastica. Studenti come novizi, novelli legionari per una guerra invisibile che, profetizza il prof, si manifesterà pienamente solo più tardi.
“Mancate di audacia, mancate di generosità. Non date l’impressione di avere una vera gioia, ma di vivere mediocremente una vita mediocre.”
“Rischiate di finire soffocati dalla ricchezza. Siete sazi perchè tutto vi viene dato senza che vi aspettiate mai di vedervi rifiutato qualcosa, e siete allo stesso tempo poverissimi perchè costretti a ricavare dai beni esteriori ciò di cui riempire la vostra vita. Un vero uomo è un uomo che non ha dei bisogni, che trae da se stesso tutto ciò di cui ha bisogno. La ricchezza vi permette di prendere in prestito da fuori, per questo non vi date la pena di scavare dentro. Rischiate così d’ignorare per sempre il vostro tesoro interiore.”
Charlier zappa la terra dura, dissoda, sparge semi, e i frutti arrivano: l’amore per l’ascesi e lo spirito di lealtà per la scuola, per la “maison”, trasformano le anime degli studenti e plasmano gli uomini.
Conclusi gli studi, chiusi i libri di latino, grammatica e matematica, presi da una nuova sete di umanità, alcuni si fecero assumere come manovali, altri come mozzi sperando di fare il giro del mondo su un peschereccio, tra le lacrime di maman et papa.
Due vengono in particolare vengono ricordati: Henri e Jean-Marie, giovani eroi che troveranno la morte nella lotta al fianco della resistenza anti-tedesca per la liberazione della Francia.
“Tra due giorni la Maison riprenderà vita, piena di voci e risate come in passato, ma so che nel profondo il vostro cuore sarà addolorato, sapendo che Jean-Marie non tornerà mai più.”
Le Lettere ai Capitani attraversano gli anni e il profeta Charlier mette in guardia i ragazzi contro l’oscurità del nichilismo di massa, nemico pandemico e subdolo, più pericoloso dei panzer tedeschi.
“Noi assistiamo all’immenso tentativo di eliminare dalla società umana la legge di Cristo, e di far perdere all’uomo il senso del suo destino. Ci sono all’opera delle forze che sperano che il prossimo assalto sarà quello definitivo: non le sentite anche dentro di voi, che combattono e seminano nella vostra anima dei dubbi, dei desideri contrastanti, delle passioni invincibili? È l’inizio di una guerra spirituale formidabile, ed è per questo che vi dovete ben armare. I cannoni, i carri armati, la bomba atomica, non hanno che un’importanza piuttosto magra. Ciò che importa è quel che avviene nell’anima. Siete sollecitati in molti modi, interiormente. Abbiate la volontà di rispondere alla chiamata più alta.”
Colpisce la severità e la caparbietà di un preside che rivolge gli appelli più alti a una gioventù ancora acerba, conscio che il suo monito non sarà mai veramente compreso da tutti. La voce di un uomo che grida nel deserto.
“Entrerete finalmente nella verità della vostra vita? Riuscirete a buttarvi nel vostro dovere, nelle cose più umili, con scrupolo e precisione? Smetterete di comportarvi come dei bambini incoscienti?”
Si attraversano le lettres aux capitaines con l’impressione di essere tra loro, di essere uno dei tanti adolescenti che ricevevano periodicamente le strigliate e gli appelli alla grandezza che a oltre mezzo secolo di distanza non hanno perso un briciolo della loro forza.
L’ultima lettera, datata febbraio 1960, ha la forza profetica dell’Apocalisse di Giovanni, evangelista del Logos e della Verità:
“Il mondo moderno sta morendo d’inedia perchè non crede più alla Verità, non ha più la fame per nutrirsene. […] Cercate di dire il più spesso possibile parole di verità.
Vi stupirete vedendo come essa è a volte rigettata con violenza, a volte accolta nel più profondo dell’anima.
Non avete bisogno di un’altra tribuna che non sia la conversazione tra voi, in un’aula, nel vostro dormitorio o nei viali del parco.
L’unica cosa importante è che portiate voi stessi, nel vostro cuore, l’amore per la Verità.”
Torno all’introduzione – pagina 1. Lettres aux Capitaines è stato realizzato dai vecchi allievi di Charlier come tributo alla sua memoria, poiché tra i richiami del preside di un’oscura scuola francese si nascondono in realtà insegnamenti universali, da maestro spirituale.
Il libro è stampato dalle edizioni Sainte Magdeleine, la casa editrice del monastero benedettino di Barroux, in Provenza.
Il fondatore, ex-alunno e discepolo eterno di André Charlier, costruì il suo monastero con l’intento di salvare dalla tempesta postconciliare e modernizzatrice la vita monastica tradizionale, con la Messa, l’ufficio, la regola benedettina di sempre.
Si chiamava Dom Gérard Calvet. Il giovane monaco nella foto è lui.









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