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Tolkien e la morte: affinità e divergenze tra Genesi e Silmarillion

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Il peccato ha lasciato un segno profondissimo, indelebile su tutto ciò che ci circonda.

La bellezza del Creato ne è ferita. L’uomo, apice dell’opera divina, è ancora succube delle sue infauste conseguenze.

Questa fondamentale verità non poteva non riflettersi nella visione di Tolkien e nella sua opera “fondamentalmente religiosa e cattolica“. Il racconto del Signore degli Anelli infatti “riguarda principalmente la Morte“, la conseguenza più terribile della caduta dei nostri progenitori. 

Il tema centrale per me riguarda qualcosa di molto più eterno e difficile: morte e immortalità: il mistero dell’amore per il mondo in una razza destinata a lasciarlo e apparentemente a perderlo; l’angoscia nei cuori di una razza destinata a non lasciarlo, finché il suo intero ciclo nato dal male non sia completo.

Eppure non la morte, ma il peccato l’uomo deve temere più di ogni altra cosa. Non il castigo, ma il delitto. Ce lo dice Nostro Signore:

“Non temete coloro che uccidono il corpo ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto chi può far perdere nella Geenna e anima e corpo.” (Matteo 10, 28)

Nella lingua degli elfi la parola morte significa letteralmente “dono di Iluvatar”, e non è una condanna, ma un regalo, un privilegio riservato agli uomini: è attraverso la morte che questi possono ricongiungersi al Creatore e liberarsi dal ciclo del tempo.

Gli elfi non ne possono godere. Se il loro corpo viene distrutto rinascono e mantengono la memoria del passato. Il loro dono è l’esistenza eterna nel paradiso terrestre di Valinor per il perfezionamento delle virtù e della capacità naturali nel mondo: forza, intelletto, scienza, arte.

Un primo “peccato originale” degli elfi nasce proprio da una sorta di ribellione al piano di Iluvatar per la loro razza.

Il loro atto peccaminoso è il desiderio di morte dell’elfa-regina Miriel affaticata dal parto, un atto della volontà che scandalizzerà persino gli ‘dei’ Valar. Il profondo lutto del marito Finwë introdurrà la tristezza nel regno, e sarà il figlio di questa disgraziata coppia a mettere in moto la caduta dei Noldor.

Il peccato ricorrente degli uomini è invece esattamente opposto: per loro, per noi, la ribellione a Dio è il rifiuto della morte, del suo dono, e la ricerca della longevità.

Nel Signore degli Anelli, lo si trova fin dalla prima pagina del primo capitolo: l’inusuale età di Bilbo, che festeggia il centoundicesimo compleanno, ha un qualcosa di peccaminoso, di immorale, di sbagliato: “non è secondo natura, e ci porterà dei guai

Ma cosa porta gli uomini a rifiutare il dono? Un errore, un equivoco: la distorsione dell’idea della morte. Fu Morgoth, il nemico, che convinse gli uomini a temerla, a vederla non più come un dono ma come un castigo.

L’ha confusa con la tenebra, e dal bene ha tratto il male, e la paura dalla speranza.

Ed è proprio sfruttando quest’inganno che Sauron controlla i suoi servi, con il terrore della morte e la promessa di un’immortalità che è in realtà solo eterna schiavitù.

È così che cadono gli uomini che rifiutano il dono di Iluvatar: “ottennero una vita senza fine, ma la vita divenne per loro insostenibile.



One response to “Tolkien e la morte: affinità e divergenze tra Genesi e Silmarillion”

  1. I Maiar e la morte | aliosha nirospe

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