life of brian

Brian di Nazareth, l’anti-Passione per Goy

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Brian di Nazareth non è una commedia, ma un’opera di propaganda religiosa travestita da satira. 

Non è un film fatto per ridere, ma per deridere. Deridere cosa? La stupidità umana, il conformismo e tutte quelle cose che non piacciono a nessuno – così dicono i Monty Python. 

D’altronde, ai tempi era questo l’unico modo per farla franca con la censura britannica: gli autori affermarono di non prendere di mira Cristo, ma la religione e i suoi seguaci. Come sempre.

Nemmeno il messaggio strisciante è nuovo: Gesù era un rivoluzionario, un filosofo che è stato frainteso da una folla di seguaci fanatici, bigotti e semianalfabeti. Un uomo, semplicemente un uomo, che è stato a sua insaputa o forse persino contro la sua volontà fatto passare per Dio. Il finto messia di una religione falsa per trogloditi mentalmente ancorati all’età del ferro.

È la teoria del “Gesù storico”, nata in seno al protestantesimo tedesco di fine ‘800, e che curiosamente coincide con l’idea di Gesù che si ha nel Giudaismo: quella di un rivoluzionario politico messo a morte dai romani. 

Brian, trentenne ebreo che nella pellicola viene scambiato per il Messia dalla nascita a Betlemme fino alla morte sulla croce, è il personaggio creato per portare sul grande schermo la versione pop, paradossale e parodistica del Gesù così come gli ebrei lo vedono.

Uscito nel 1979, è stato il grimaldello perfetto per sdoganare una visione immanentista della fede cristiana, fino ad allora ad uso esclusivo della classe liberale e cosmopolita, e oggi largamente mainstream.

Grimaldello perfetto, innanzitutto, per la diffusione dell’opera, prodotta e promossa da un gruppo di comici che nel 1979 aveva già varcato i confini nazionali. Ma non solo.

Una civiltà è definita anche dai suoi tabù – da ciò di cui non si può parlare, e di cui non si può ridere. Non necessariamente perchè ci sia una legge sul codice civile, né perché vi sia unanimità di pensiero e di vedute sul tema. Per i caduti in guerra si mostra rispetto, anche quando la guerra che hanno combattuto è sbagliata.

Allo stesso modo, “Deus non irridetur”: di Dio non si ride. Sul Figlio di Dio morto in croce per noi, e su chi l’ha seguito fino al martirio, non si fa satira. 

Life of Brian è “goyslop”, paccottiglia velenosa, dinamite per far saltare in aria l’ultimo tabù. Da adesso in poi, davanti al Figlio di Dio che muore ci si può fare una risata coi pop corn in mano. Peggio: si può ignorare l’insegnamento della Croce, lo mettere in secondo piano, mentre ne smantelliamo l’insegnamento e sputiamo sulle sue grazie.

Il film, va detto, è una pietra miliare. Non vengono in mente altre opere della stessa portata prima della sua uscita. Sul piano culturale, è stato una battaglia di Teutoburgo: l’impero resta apparentemente in piedi, ma le legioni perdono la loro aura di invincibilità – possono essere sconfitte dai barbari.

Vedendo Brian di Nazareth si ride poco e male. Si percepisce continuamente qualcosa di triste che va ben oltre le ridicole disavventure di questo ebreo dall’accento britannico. Intendiamoci, la commedia non fa avanzare di un centimetro la causa dell’ateismo o dell’anticlericalismo – semmai mostra proprio quanto la vicenda della Passione sia incomprensibile se ridotta a banale fatto di cronaca in una remota provincia dell’impero romano.

No, non è questo. È la sensazione strisciante di assistere a qualcosa che sta tra il sacrilegio e l’ipnosi di massa.

Il film, come il teatro per gli antichi greci, è strumento magico: non agisce sul piano razionale. Per il popolo un’emozione di pancia è sempre più devastante di una complessa e dettagliata ideologia politica. Non è per la teoria di Darwin o per il materialismo storico, ma con uno scoppio di risa tra le poltroncine di un cinema che l’ultima generazione della cristianità perde la sua verginità spirituale.

L’occidente ex-cristiano vede ora la Croce esattamente come la vedevano all’alba del cristianesimo ebrei e pagani: follia, scandalo. Materiale buono per una commedia dell’assurdo.

La canzoncine finale, “Always Look on the Bright Side of Life”, stornello nichilista da hit parade, è la degna chiosa dell’opera mentre il sipario cala sulla dissacrazione della scena finale della crocifissione. 

For life is quite absurd
And death’s the final word
You must always face the curtain with a bow
Forget about your sin
Give the audience a grin
Enjoy it – it’s your last chance anyhow
Life’s a piece of shit
When you look at it
Life’s a laugh and death’s the joke, it’s true
You’ll see it’s all a show
Keep ‘em laughin’ as you go”

Oggi Brian di Nazareth è comparsa fissa nelle classifiche dei migliori film di sempre. Un vero e proprio cult, acclamato dalla critica e da un popolo lobotomizzato. E i Monty Python, che fine hanno fatto? Il principe del mondo ha un modo tutto suo di ripagare i suoi operai.

Eric Idle, da buon riccone di sinistra, vive a Los Angeles e pontifica periodicamente contro Donald Trump – un vero uomo del popolo.

John Cleese è un vecchio amareggiato in bancarotta dopo tre divorzi, che si lamenta della sua nuova Inghilterra, sempre meno bianca, sempre meno cristiana, sempre meno libera. Piange nostalgia sul cadavere della nazione che ha – consapevolmente o meno – contribuito a uccidere.

Dopo decenni in una “relazione aperta” Terry Jones è morto nel 2020 per una strana forma di demenzia; Graham Chapman, omosessuale, se ne va nel 1989, a 48 anni.

Il primo è stato interrato con una cerimonia “umanista”, mentre al funerale del secondo gli amici hanno suonato ancora una volta Always Look on the Bright Side of Life.

“You come from nothing, You go back to nothing, 
What have you lost? 
Nothing!”

Tutti ridono.



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