Pier Damiani sul Combattimento Spirituale

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De Spirituali Certamine (Sermo LXXIV)

Libera traduzione di un’omelia di Pier Damiani

Fratelli carissimi, se consideriamo da dove veniamo e a cosa siamo chiamati, non troviamo in noi forze capaci di rendere grazie a Dio.
Siamo anche noi figli di Israele, anche noi servimmo Faraone in Egitto, costretti dal pesante e superbo potere del re.

Il principe del mondo godeva nel logorarci sotto il gioco della sua servitù, e nell’impadronirsi del nostro lavoro da schiavi. Ci costringeva a preparare mattoni, non per innalzare con virtù e pietre preziose il Tempio di Dio, ma per costruire per lui un edificio terreno.

Ma ecco che ormai il Dio dei nostri padri, benedetto nei secoli, ci ha strappati dall’Egitto e dalle tenebre della vecchia vita, sciogliendoci dal vincolo della dominazione tirannica, e conducendoci fedelmente nella terra della promessa.

In questa terra promessa, infatti, noi entriamo nel momento in cui disprezziamo il desiderio del mondo e poniamo salda fede nell’eternità: già in questa speranza possediamo ciò che, per Grazia di Dio, avremo poi nella realtà.

È evidente che è di coloro i quali in questa terra erano stati già introdotti che Pietro scriveva “voi stirpe eletta, sacerdozio regale, gente santa, popolo di acquisto: affinché esaltiate le virtù di lui, che dalle tenebre vi chiamò all’ammirabile sua luce.

Entrati in questa terra per grazia divina non dobbiamo cedere all’ozio, al torpore, né indugiare nel sonno e nell’inerzia. Ci si aspetta infatti che, con le armi della virtù sempre pronte, vegliamo continuamente su di noi, e con ancora più forza combattiamo contro i nostri nemici interni.

Alla pace si arriva con la guerra, al riposo con il lavoro. Senza la battaglia non si giunge alla vittoria, e senza la vittoria non si ottiene la corona.

Abbiamo però degli avversari interni con i quali, se non vogliamo perire, siamo costretti a combattere instancabilmente e incessantemente. Non abbiamo dei fossati, né delle torri e delle mura per separarci da questi nemici, con cui siamo sempre in guerra. Non ci sono tra noi e loro monti e fiumi, che ci impediscono di incontrarli. Sono sempre con noi, poichè abitano nella profondità della nostra mente.

Sono i sette vizi principali, dal cui seme velenoso nascono tutte le altre piaghe: sono la superbia, l’avarizia, la vanagloria, l’ira, l’invidia, la lussuria e la tristezza. Di questi vizi non tratteremo: su questi argomenti troviamo già molte sentenze lasciateci dai commentatori delle scritture.

Ci basta affermare che chiunque non combatta contro questi vizi, chiunque non li superi con l’aiuto di Dio, non può vincere nella battaglia spirituale e non può raggiungere la corona della vittoria: “colui che combatte nell’agone, non è coronato, se non ha combattuto secondo le leggi”.

Sono queste le nazioni che Mosé comandò al popolo d’Israele di cancellare dalla faccia della terra: “Quando il Signore Dio tuo ti avrà introdotto nella terra, di cui entrerai in possesso, e avrà disperse innanzi a te varie genti, l’Hetheo, e il Gergezeo, e l’Amorrheo, il Cananeo, e il Pherezeo, e l’Heveo, e il Jebuseo, sette nazioni molto più numerose e possenti che tu non sei: E quando il Signore Dio tuo le avrà date in tuo potere, le sterminerai interamente. Non farai con esse alleanza, né userai con esse misericordia.

Ecco, ascoltate, fratelli carissimi, come Dio, nelle disposizioni della Sua provvidenza, abbia messo nelle nostre mani queste genti perchè fossero distrutte.

Perchè dunque ci intorpidiamo in un languore indegno e degenerato? Perchè non ci appropriamo della vittoria che ci è stata concessa dal cielo? Perchè, di ciò che è già stabilito nel giudizio celeste, non adempiamo la parte che spetta a noi?

Se esaminiamo con attenzione lo stesso ordine delle parole, già vediamo che le genti che ci viene ordinato di percuotere e cancellare, sono già prostrate dal giudizio divino.

Quando infatti si dice: “Quando il Signore Dio ti avrà introdotto nella terra di cui stai per prendere possesso ed entrare, e avrà sterminato le genti”, e poco dopo si aggiunge: “Tu le percuoterai”, è chiaro come il sole che il Dio onnipotente, nella sua prescienza, ha già estinto i nostri avversari, quelli che Egli ha stabilito che noi estinguessimo.

È Lui che combatte, e ci invita a vincere; è Lui che distrugge le forze dei nemici, e a noi attribuisce il nome della vittoria. Vuole che diventiamo vincitori per mezzo della sua virtù, affinché possa degnamente coronare i trionfanti.

Nessuna disperazione dunque ci abbatta, a noi che siamo esortati a operare con la forza della virtù celeste. Nessuna debolezza della condizione umana ci ostacoli, là dove l’autorità del comando divino ci fortifica per combattere.

Ascoltiamo anche noi ciò che fu detto a loro: “Se tu dirai in cuor tuo: Queste genti sono in maggior numero, che non son io, come potrò io sterminarle? Non temere, ma ricordati di quello che fece a Faraone, e a tutti gli Egiziani il Signore Dio tuo, Ricordati delle piaghe grandissime, che tu vedesti cogli occhi tuoi, e dei segni, e de’ prodigii, e della mano forte, e del braccio, che stese per liberarti il Signore Dio tuo: il simile farà egli a tutti i popoli, dei quali tu hai timore.”

Perché, dunque, diffidiamo della nostra debolezza, noi che abbiamo come condottiero proprio l’autore stesso della forza, e come guida Colui che, vincolato dalla Sua promessa di vittoria, ci conduce nella battaglia?

Si accenda dunque nella mente l’amore della lotta, e si avanzi sul campo per combattere; si infiammino gli animi pigri per debellare le schiere nemiche. Che non ci sia tra noi e gli avversari alcun patto; nessuna legge di pace mediata ci componi.

Non andare alla battaglia è ignominioso; ma andarci con pigrizia è garanzia di morte. È meglio infatti non conoscere la via della verità, che tornare indietro dopo averla conosciuta. Alcuni infatti, dopo aver intrapreso i rudimenti del combattimento spirituale, si sciolgono in una tale mollezza per l’intiepidirsi dell’animo, e anche se sembrano non fare il male, non si sforzano abbastanza di sudare per il progresso dell’anima.

Non vincono la fame con il digiuno, non resistono alle dolcezze dei cibi offerti, non sopportano l’asprezza del freddo, non partecipano alle veglie comuni. Anche se rifiutano di appropriarsi di cose illecite, tuttavia godono dolcemente di quelle lecite.

Fanno parte della sacra milizia, ma ignorano che cosa sia il combattimento spirituale. Sono annoverati tra i soldati, ma si dimostrano ignari del dovere militare. Non temono di procedere disarmati tra gli armati, non si vergognano di camminare pigri tra le schiere corazzate dei combattenti.

Per questo crollano al primo lancio di giavellotto: perché non sono protetti da alcuno scudo. Sarebbe stato meglio vivere ignobilmente entro le mura della casa, che perire imbelli in mezzo alle battaglie senza alcuna lode.

Invero, coloro che nonostante l’abito monastico cercano il piacere della carne tentano di spremere succo da un legno secco, e proprio da questa mollezza nel vivere capita che molti, pur sapienti di molte cose, non conoscano se stessi, e non riconoscano pienamente quanto rigore siano in grado di sopportare.

Così avviene che a coloro ai quali è stato dato di conoscere molte cose esteriori, sia ancora necessario un periodo di prova per conoscere se stessi. Abbiamo infatti visto molte persone, da tempo entrate nell’ordine sacro, che ancora non sapevano quanto potessero sopportare nei digiuni, nelle veglie, negli altri studi della disciplina celeste; e poiché la Scrittura dice: “chi ignora, sarà ignorato”; in che modo potrà meritare di conoscere Dio colui che si dimostra ignorante di se stesso nel suo servizio?

Al contrario, il guerriero fervido che assedia una città si sforza di avvicinarsi ai terrapieni, tenta di occupare i valli, e tra le grandini dei dardi che si moltiplicano cerca di capire fino a dove possa irrompere con violenza.

È dunque vergognoso per chi vuole vincere se stesso non conoscere la misura della sua forza. È di questo che parla il Signore quando dice: “cercate di entrare per la porta stretta”. Ancora non aveva provato sé stesso quel soldato di Dio di cui la Scrittura dice “poiché, posta una corona di bronzo sopra il suo capo e rivestito della corazza, cinto anche della spada sopra la sua veste, cominciò a provare se potesse camminare armato; non ne aveva infatti l’abitudine e disse: “Non posso camminare così, perché non vi sono abituato”, e depose quelle cose.

D’altra parte, egli si era già dimostrato saggio quando prese la spada del filisteo Golia avvolta in un panno dietro l’Efod e la portò con sé fuggendo davanti al volto di Saul che lo perseguitava, dicendo: “non vi è un’altra spada simile a quella”.

In questo sta la prova: progredendo nel combattimento spirituale si sente contro di sé una forza dei vizi più debole; si reprimono più facilmente i moti della carne; si placa già con minor fatica lo strepito dei pensieri tumultuosi; si recidono le nascenti spine della lusinga carnale non appena iniziano a spuntare; si taglia la testa della superbia, della lussuria e degli altri vizi con la spada del timore divino.

D’altronde, a che giova chi ha fatto a lungo parte dell’ordine sacro e si vede zoppicare, come sotto i primi rudimenti dell’addestramento, con le mani fiacche e il ginocchio ancora tenero?

Da tale dissolutezza il predicatore eccellente, San Paolo, distoglie i suoi discepoli dicendo: “Levate le mani fiacche e le ginocchia vacillanti, e fate passi diritti con i vostri piedi, affinché chi zoppica non vada fuori strada”. Una mano istruita al combattimento trionfa facilmente; un corpo abituato alla corazza si lancia pronto nella battaglia.

Che altro si deve dire del monaco al quale è ancora impossibile schiacciare la superbia, frenare l’avarizia, estinguere i fuochi dell’invidia, custodire la mente pura dalla petulanza della lussuria, che non sa espellere il veleno della malizia verso chi lo offende, che soccombe nel subire un’ingiuria per difendere il rigore della giustizia; che altro si deve dire, se non che, per quanto riguarda la professione, nonostante si sia unito all’ordine sacro non ha ancora compreso fin nel profondo cosa sia il combattimento spirituale?

Coloro che tendono alla perfezione devono sforzarsi con tutte le forze affinché, con salutare rigore, imparino più a ignorare queste passioni che a vincerle. Si vergognino costoro, che professano di essere morti con Cristo, se i moti ribelli della carne e dell’animo vivono ancora sfrontatamente in essi.

Si deve lottare contro le passioni come se si fosse all’inizio dello scontro, affinché non accada che, quando si avrebbe diritto al riposo, ci si trovi ancora in guerra, tra le reclute.

Impari dunque il soldato di Cristo, mentre è ancora novizio, a stringere i pugni; impari a opporsi a qualsiasi vizio nel modo più addatto a ogni situazione. Volga lo sguardo qua e là con prudenza, e contro ogni singolo dardo che viene scagliato opponga lo scudo della difesa, affinché abbatta la superbia con l’umiltà; freni la gola con la sobrietà, calpesti l’ira con la mitezza, contenga l’avarizia con la generosità, estingua l’ardore della libidine con il terrore del fuoco eterno, bruci la trave dell’odio con la fiamma di una dolcissima carità.

Gli angeli ammirano questo spettacolo, vedendo come la natura umana lotti contro se stessa e avvicinandosi nuovamente verso la loro compagnia, dalla quale era stata cacciata, e tenda così alla vera pace che un tempo perse acconsentendo al male e non opponendovi resistenza.

Non lamentiamoci, fratelli miei, se non sconfiggiamo subito ogni cosa secondo il nostro desiderio, se in questa lotta di combattimento sosteniamo affanni, fatiche, angustie e spesso il gravissimo tedio della nostra anima instabile.

La Divina Provvidenza vigila su di noi affinché il nostro animo non si esalti in arroganza per una vittoria improvvisa, e non cada più profondamente dalla sua altezza attribuendo a se stesso, e non a Dio come autore, le forze della propria vittoria.

Da qui deriva infatti ciò che viene detto al popolo d’Israele per mezzo di Mosè: «Dopo che il Signore ti ebbe afflitto e messo alla prova, alla fine ebbe misericordia di te, affinché tu non dicessi nel tuo cuore: ‘La mia forza e la robustezza della mia mano mi hanno procurato tutte queste cose’, ma ti ricordassi del Signore Dio tuo, poiché egli stesso ti ha fornito le forze (Deut. VIII)».

Per questo accade anche che spesso l’anima, anche dopo aver superato grandi prove, non riesca a vincere una difficoltà più piccola nonostante vi vigili con solerzia. Questo accade per disposizione divina, affinché la condizione umana, splendendo ovunque per virtù, non si sollevi in superbia.

In questo modo l’anima non attribuisce la vittoria a se stessa, ma a Colui per il cui dono poté superare quelle passioni che sono state sottomesse.

Perciò in quel passo si dice: «Queste son le nazioni lasciate dal Signore, affin di disciplinare per mezzo di esse Israele (Giudic. III)». È proprio da quelle nazioni che Israele viene, così come è attraverso lo scontro con le piccole difficoltà che la nostra mente impara che non è affatto grazie a se stessa se ha sottomesso quelle più grandi.

Eccolo qui, carissimi fratelli, il punto essenziale di tutta la questione, il motivo per cui abbiamo abbandonato il mondo; ecco su che cosa deve concentrarsi interamente la nostra attenzione, il motivo per cui ci rallegriamo di essere entrati nel sacro ordine: che la nostra mente, cinta dalle armi delle virtù, si eserciti sempre nel combattimento spirituale e si sforzi con ardente spirito di sconfiggere gli implacabili vizi.

Che vantaggio infatti avrebbe avuto il popolo d’Israele a lasciare le campagne d’Egitto, se poi non avesse colpito con la guerra i nemici, per poter infine possedere in pace e tranquillità una terra migliore? E che progresso avrebbero fatto gli Israeliti se fossero sfuggiti al giogo del Faraone, sotto il quale in qualche modo era loro permesso di vivere, e poi, per la pigrizia e la negligenza, fossero caduti contro le spade dei Cananei?

Scuotiamo via dunque, carissimi fratelli, l’ignobile inerzia di una molle dissolutezza, noi che combattendo strenuamente e con forza e che vogliamo giungere alla corona. Siamo sempre pronti a respingere l’assalto dei vizi e a scacciare dal nostro cuore queste bestie ruggenti, e non permettiamo loro di trovare posto in noi per la perversa dannazione.

Dio non voglia che i nostri nemici ci vedano cedere fiaccamente, affinché non si congratulino e non possano esultare per la nostra sconfitta. Nella battaglia abbiamo infatti un condottiero invincibile, al quale con fiducia diciamo: «Giudica, Signore, quelli che mi nuocciono, abbatti quelli che mi combattono, afferra le armi e lo scudo, e sorgi in mio aiuto (Ps. XXXIV)».

Beato è quel guerriero spirituale che segue un tale generale in battaglia e che merita di stare con lui nel combattimento, il quale dona l’audacia a chi osa, la vittoria a chi combatte e la corona a chi vince. Egli stesso è il dono per chi milita, la dimora per i veterani, il premio eterno per i trionfanti: Gesù Cristo, ieri e oggi, lo stesso Dio benedetto nei secoli. Amen.



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