Il mondo si divide in due: chi crede che la storia sia ciclica, chi crede che sia progressiva.
I primi pensano che l’universo sia composto da una serie di fatti generali che si ripetono all’infinito. Il ciclo delle stagioni, l’alternarsi di guerra e pace, il cerchio della vita e i suoi drammi: Nihil novi sub sole.
I secondi credono invece che gli eventi abbiano una direzione, che la storia universale si stia svolgendo verso una sorta di scopo ultimo – che sia l’evoluzione della specie, il ritorno di Cristo, il progresso scientifico.
Il mondo antico tendeva verso la prima interpretazione, il medioevo cristiano e poi l’epoca moderna preferivano la seconda.
In entrambi i casi, il mondo ha un fine. Le cose non succedono casualmente, ma accadono perché devono accadere, perché esiste una necessità, una regola che le rende, appunto, necessarie.
Regola, senso, finalità fanno rima con giustizia, legge, morale. Il nichilista postmoderno, imbevuto di dogmi sulla libertà individuale e sull’indipendenza, ha un fremito, si ribella: non lo vuole, un senso. Non la vuole, una direzione.
Preferisce l’irrazionale, il caos. La tela bianca sulla quale ogni desiderio, ogni perversione, ogni corruzione della realtà, diventa possibile e accettabile.
Questo moto di rivolta contro la struttura profonda del creato basta per spiegare la cloaca fognaria che in Occidente, forse per abitudine, continuiamo a chiamare arte.
Questo è il contesto ideologico, tutt’altro che moralmente neutro, in cui prendono forma i prodotti culturali che consumiamo.
Sembra che l’unico senso rimasto alla produzione artistica sia la negazione del senso stesso. Che sia il testo di una canzone pop o una sfilata di moda, che sia l’architettura di qualche mostruoso complesso di edifici bancari o una serie TV grottesca o pornografica.
L’opera non può essere edificante, perchè è stata pensata per demolire. Per “decostruire”, come si suol dire nella lingua dell’impero.
Nel campo della letteratura, A Song of Ice and Fire – meglio noto come Il Trono di Spade – è l’esempio perfetto.
George R.R. Martin, lo scrittore ateo e liberale che si è detto deluso dal Signore degli Anelli perchè Tolkien ha lasciato fuori dalla trama i dettagli della politica fiscale di Aragorn, è effettivamente un maestro, un iconoclasta insuperabile.
È riuscito così bene a decostruire i canoni del fantasy classico, a scardinare qualsiasi senso della morale, del sacro, del bello, a creare un universo in cui la vita non ha valore, in cui gli uomini sono guidati unicamente dalla fame di sesso e potere, da rendere tecnicamente impossibile la conclusione della sua saga.
La sua cosciente e consapevole brutalizzazione dell’high fantasy, è infatti un intreccio di trame così caotico da non avere nemmeno dei veri protagonisti, solo dei superstiti che, più per caso che per loro virtù, sopravvivono capitolo dopo capitolo in un mondo grigio, ipocrita e violento – l’idea che i liberali hanno del medioevo cristiano.
Chi è l’eroe? Non si sa. Si combatte per qualcosa di più alto del potere politico o della vendetta? Non sembrerebbe. Esistono un bene e un male oggettivi in tutto questo caos? No, e chi ci crede viene fatto fuori in pochi capitoli.
È una soap-opera splatter così antiteleologica da non poter avere in nessun caso una conclusione degna.
Degna di cosa? Degna del rispetto del lettore che per tre decenni, e attraverso cinque libri, migliaia di pagine e dozzine di personaggi-meteora mandati al cimitero, spera, alla fine, di trovare quello che qualsiasi essere umano vuole in qualsiasi storia.
Il bene che vince sul male, l’eroe che trionfa. La storia di una redenzione epica, tragica, del sacrificio e della vittoria finale. In poche parole, la storia della Croce, che consapevolmente o no si nasconde dietro a ogni grande opera di narrativa.
Delusi dal flop finale della serie TV, i fan più impazienti aspettano da 15 (quindici) anni i due libri che dovranno finalmente chiudere il cerchio e concludere la saga.
Resteranno delusi. È tecnicamente impossibile uscire in maniera organica dall’impasse di un’opera del genere. Una finale epico sarebbe necessariamente forzato, sembrerebbe avrebbe il sapore di una fastidiosa e affrettata contraddizione, la negazione delle migliaia di pagine precedenti che hanno abituato il lettore a cinismo disincantato e bulimia di plot-twist.
Sono libri scritti per mungere la mucca, per incollare il lettore in un labirinto di personaggi e trame secondarie che non arricchiscono l’la saga: la diluiscono come minestra annacquata.
Sono libri scritti per far credere che non ci sia una direzione, un bene, un male. In effetti sono sempre stati onesti: non ci sarebbe stato nessun gran finale.







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