Al contrario del rito romano antico, liturgia organicamente arricchita nei secoli fino alla standardizzazione nel messale di San Pio V, la messa di Paolo VI è lavoro frettoloso e di pochi esperti, opera fabbricata a tavolino.
Se Paolo VI e Annibale Bugnini furono il volto e le braccia della riforma liturgica, padre Louis Bouyer ne fu una delle principali menti.
Le memorie del sacerdote francese sono una lettura interessante non tanto perchè rivelino dettagli storici sugli eventi che portarono all’attuazione della riforma, quanto piuttosto perchè aiutano a far luce sulla psicologia dei novatori, sull’aspetto umano dei periti che costruirono il Novus Ordo Missae.
Padre Louis Bouyer rappresenta effettivamente un caso emblematico.
Intellettuale brillante, nato in una famiglia protestante francese, imbevuto del più radicale spirito ecumenico, abbandonò il suo ministero luterano ed entrò ufficialmente nella Chiesa Cattolica nel 1937, a 24 anni. Il passaggio al cattolicesimo, tuttavia, non parve mettere in discussione il fulcro delle sue amicizie, dei suoi riferimenti culturali, e persino dei suoi studi sulla liturgia, ben precedenti alla conversione.
Certo, la Chiesa Cattolica resta la sola Chiesa di Cristo e degli Apostoli, ma per scoprire la più autentica tradizione liturgica Bouyer guardava altrove, tra i luterani e oltre la Manica.
In effetti che uno dei teologi chiave nella creazione della nuova messa di Paolo VI citi nelle sue memorie una quantità di protestanti superiore a quella dei cattolici ha dell’incredibile.
Ma d’altronde tra gli anni ’30 e ‘40 la Chiesa Cattolica non è, almeno ufficialmente, il luogo adatto per darsi alle sperimentazioni. Dopo le purghe di Pio X il modernismo si lecca ancora le ferite, l’onnipresente scuola neo-tomista soffoca sul nascere le deviazioni teologiche, e la Mediator Dei di Pio XII mette teoricamente un argine all’archeologismo che vede nel rito romano una liturgia inquinata da elementi tridentini e medievali da eliminare per tornare a una mitica purezza liturgica pre-costantiniana.
In ambito cattolico l’unico luogo in cui idee nuove ed eterodosse sono accettate, e persino incoraggiate, è il sottobosco dei monasteri in Germania, Francia e Belgio, un terreno fertile per parlare apertamente di ecumenismo e messa riformata, adeguatamente preparato dall’opera clandestina del movimento liturgico negli anni ‘20.
È qui che Bouyer, ordinato sacerdote ma principalmente impegnato come insegnante e accademico presso l’Institute Catholique di Parigi, trova inizialmente una casa. Il teologo ne parla nel capitolo sulla nascita del CPL (Centro di Pastorale Liturgica), vero artefice della nuova messa e attivo da ben prima della formazione del Concilium di Bugnini.
Bouyer ne racconta la fondazione e, quasi a dissociarsene, la degenerazione. Buone idee e buoni propositi iniziali – scrive – furono rapidamente cooptati da persone che avevano intenzioni ben differenti da quelle dichiarate: non una riforma della liturgia, ma la creazione di qualcosa di essenzialmente nuovo e diverso.
“Era dunque già del tutto chiaro che la maggior parte dei sacerdoti interessati al nuovo movimento non era affatto venuta per restituire alla liturgia tradizionale tutto il suo significato nascosto e tutta la sua vitale realtà. Essi intendevano sostituirla gradualmente con un’altra liturgia o, come si diceva allora, con una ‘paraliturgia’”
Difficile dire quanto questo possa essere considerato un effetto accidentale e non il risultato voluto dal principio. I guru del CPL e del movimento liturgico franco-tedesco furono fin da subito monaci e sacerdoti che non mai avevano mascherato le loro idee sulla liturgia: personaggi come Dom Lambert Beauduin, Pius Parsch, Odo Casel, che il teologo francese conobbe personalmente già da prima della conversione al Cattolicesimo. Nonostante le richieste di restarne all’interno per controbilanciarne la tendenza eretica, Bouyer lasciò il movimento.
Un resoconto similmente negativo viene fatto del successivo lavoro all’interno delle commissioni conciliari, a partire dal 1960:
“Sebbene la commissione includesse un buon numero di intelletti superiori e di uomini profondamente assennati ed esperti, essi erano sommersi a una massa di inutili idioti e di quei presuntuosi che, nella Chiesa come nello Stato, si rivelano così spesso dei meri zucconi ostinatamente aggrappati ai propri limiti”.
E persino peggiore è la sentenza sulla riforma liturgica per il Concilium presieduto dal card. Lercaro e Bugnini – uomo, quest’ultimo, di cui Bouyer arriva a mettere in dubbio l’onestà di carattere.
“Da parte mia, ero pronto a dimettermi all’istante e a tornarmene a casa. Ma Dom Botte mi convinse a rimanere, se non altro per ottenere un male minore.”
Il lavoro dozzinale e frettoloso fatto sulle preghiere eucaristiche nell’ambito della riforma liturgica è noto: Bouyer, tra le altre cose, ricorda qui come la preghiera eucaristica II venne ultimata in un bar di Trastevere.
Laconici quanto amari e sarcastici anche i commenti sulle nuove collette penitenziali, che dovettero essere riscritte proprio perchè non suonassero troppo penitenziali, sulla mutilazione del calendario liturgico, che perse tre quarti delle festività dei santi, e sul nuovo offertorio, incredibilmente approvato da Bugnini e Padre Celier nonostante l’unanime contrarietà di tutto il resto del Concilium.
Sulla questione dell’ecumenismo, punto mai rinnegato e vera costante di tutta la sua vita fin dai tempi del protestantesimo, è meglio soprassedere: le pagine in cui, dopo lo sfascio post-conciliare, Bouyer cerca di dissociarsi dall’inconcludenza del dialogo interreligioso sono una lunga e insopportabile “supercazzola” su un tema sul quale, in assenza di un vero mea culpa, si dovrebbe piuttosto stendere un velo pietoso.
Cosa concluderne, una volta chiuso il libro? Le memorie ci lasciano un’immagine quasi archetipica dell’esperto liturgista al quale in buona parte dobbiamo la messa novus ordo.
Una mente certamente brillante ma accecata da un malcelato fastidio verso la Tradizione cattolica, trattata come un qualcosa da sistemare, ritoccare, migliorare, prendendo ovviamente spunto da tradizioni che cattoliche non sono.
Un intellettuale più impegnato nell’arido lavoro accademico che nella vita di parrocchia, distaccato – come lui stesso ammette – dalla realtà dei fedeli e della pietà liturgica vera, vissuta.
Infine, un personaggio troppo intelligente per negare lo sfascio postconciliare, ma anche troppo orgoglioso per ammettere l’errore e provare a rimediare al danno.
“[…] mi vedono come uno dei primi uomini responsabili del patetico caos che oggi viene adornato con il nome di ‘nuova liturgia’. In realtà, sono stato tra i primi a insorgere contro di essa – perfettamente invano, naturalmente!”






